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"Lui", romanzo porno di Catherine Spaak

Ieri pomeriggio alla libreria Feltrinelli di Roma, Catherine Spaak, 56enne signora per bene, conduttrice per quindici anni del salotto di Harem con continue puntate su sesso ed eros, ha presentato il suo ultimo libro: un romanzo softcore dal titolo, "Lui", edito da Mondadori.

La Spaak in una veste insolita di scrittrice caliente torna dopo dieci anni dal suo ultimo libro che mostra un'autrice audacissima, un'immagine che un po’ contraddice la figura cui ci aveva abituati in tutti questi anni.
La conduttrice torna con una specie di "diario tormentato" a volte osceno, che ripercorre le tappe di un "amore" malato e malsano di una ignota protagonista.

Di seguito un estratto del libro "Lui"

"Nella sua vita il sesso era tutto, l'unico modo – seppur disturbato – di rapportarsi agli altri. Solo di quello era sicuro, solo su questo poteva contare: era sempre stato così nella sua vita. La strada più facile. «Ti darò tanto cazzo» mi ripeteva, come fosse il dono più importante che potesse farmi, quello che lo avrebbe reso grande. Evidentemente aveva sempre funzionato.
Non poteva sospettare che c'era qualcosa di molto più potente del sesso, almeno per me: l'amore e l'anima. Era convinto di possedere fra le gambe un pezzo di carne davvero unico e spettacolare. Una volta, gli raccontai di aver avuto un flirt con un uomo talmente "dotato" da non poter sopportare la penetrazione. Rimase esterrefatto.

Si rifiutò di credermi, gli era inconcepibile l'idea. Mi resi conto di aver scoperto il suo punto più debole, di aver fatto traballare il pilastro della sua esistenza.
Non comprese ciò che avevo appena verificato. Voleva comunicare, condividere la fascinazione che provava per il suo sesso in erezione che letteralmente lo ipnotizzava. Non chiedeva solo venerazione, voleva risvegliare la parte più primitiva dell'altro. Rendeva perverso ciò che era naturale comportandosi da vizioso. Se lo toccava in continuazione attraverso la tasca interna dei pantaloni, lo tirava fuori appena un po' rigonfio (l'estate non portava mutande) per mostrarmelo, lo accarezzava, lo vezzeggiava. Si masturbava per il piacere di vederlo ingrossarsi e poi ammirarlo.

Lasciava la cintura della sua vestaglia lenta. in modo che si scostasse e che lo si potesse intravedere. Voleva che glielo toccassi mentre guidava o appena sveglio. Immaginava di raggiungermi nella toilette di un ristorante, farselo prendere in bocca in fretta temendo o desiderando di essere scoperto, di avermi carponi sotto la sua scrivania in ufficio e di farselo trastullare mentre, impassibile, ascoltava i suoi clienti. Fantasticava, mentre mi occupavo del suo piacere, ad alta voce, di uomini in fila dietro di me pronti a possedermi brutalmente. Mi raccontava ciò che faceva con altre donne quando ero via.

Era sempre la stessa storia: nella nostra stanza entrava una ragazza, le sbottonava la camicetta, le infilava le mani fra le cosce, lei glielo prendeva in bocca e poi... Mi descriveva, col pretesto della complicità, quello che realmente faceva ma io non capivo, come avrei potuto? Una mente malata, la sua, che sfociava nella depravazione. L'abuso. Era la mia ingenuità che eccitava la sua perversione, il suo bisogno di insudiciare, esaltare le sue parti più basse e compiacersene
".

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